Bel vestitino, quanto ci costi? Perché l’attuale industria dell’abbigliamento non è sostenibile

  

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Compra meno, scegli meglio e fallo durare.

Vivienne Westwood

Il cambiamento climatico sta avvenendo ad una rapidità sconcertante che grida ad un altrettanto rapido cambio di rotta che passi attraverso le nostre azioni quotidiane. Spostarci con mezzi più ecologici e diminuire il consumo di proteine animali non basterà se vogliamo fare la nostra parte fino in fondo. É arrivato il momento di guardare anche al nostro armadio e indossare la rivoluzione. 

L’attuale industria della moda ci ha resi dei consumatori irrefrenabili, sempre a caccia del nuovo capo a poco prezzo che si userà una stagione e poi si getterà per fare spazio al nuovo. Questo sistema contribuisce ad un circolo vizioso fortemente impattante sull’ambiente per innumerevoli motivi a partire dall’origine delle fibre tessili.

Dagli anni Novanta le fibre naturali hanno lasciato spazio a quelle sintetiche derivanti dal petrolio grezzo come il nylon, la lycra, l’acrilico e il diffusissimo poliestere che ha un’enorme controindicazione. Ad ogni lavaggio, questo materiale non biodegradabile rilascia delle micro plastiche che vanno a finire direttamente in mare. Se non si inverte al più presto la rotta entro il 2050 negli oceani troveremo più plastica che pesci.

Oltre ad impiegare materie prime non rinnovabili, come dimostrano i dati del Danish Fashion Institute, il settore tessile utilizza almeno un quarto di tutte le sostanze chimiche prodotte al mondo. Queste sostanze inquinanti, usate ad esempio per la tintura, vengono rilasciate nell’atmosfera oppure finiscono nei corsi d’acqua. Tra i processi di lavorazione più impattanti rientra l’impermeabilizzazione di alcuni tessuti tecnici che è possibile solo grazie all’impiego di numerose sostanze tossiche. 

A questi due primi punti si aggiungono l’ingente consumo di acqua e le emissioni di Co2 che solo guardando al tessile equivalgono all’anno a quelle dell’intero traffico aereo mondiale. 

Non si può ignorare inoltre che una volta lavorati e prodotti, i capi vanno trasportati spesso per lunghissime distanze che separano il paese di destinazione da quello di produzione scelto di solito per la sua offerta di mano d’opera a basso costo. 

Secondo il sito The Fiber Year, la domanda di fibre tessili cresce di circa il 3-4% ogni anno. La cultura del cosiddetto fast fashion ha fatto aumentare in paticolare la domanda di fibre a basso costo. In poche parola si compra molto, di qualità mediocre e poi lo si getta via producendo un enorme quantità di rifiuto tessile. Secondo uno studio della Ellen MacArthur Foundation, ogni secondo un camion carico di vestiti viene gettato nella spazzatura e meno dell’1% di questo rifiuto viene riciclato. La tentazione a compare in continuazione è fortissima, collezioni sempre nuove vengono sfornate a poche settimane di distanza dai grandi marchi di abbigliamento che non si limitano alle canoniche primavera-estate e autunno-inverno. Un’altra triste sfumatura che emerge da questa faccenda è il calo della manualità ormai relegata a ricordo della nonna che rammendava i calzoni e cuciva qualche toppa al posto di gettare via il capo rotto o scucito. 

Dunque, che fare? Come scegliere responsabilmente? 

In generale vestirsi senza rinunciare ad esprimere la propria personalità tenendo conto dell’impatto ambientale del capo che acquistiamo è una sfida non facile da vincere. A mancare per orientare la scelta in questo senso sono certificazioni, marchi che propongano linee sostenibili facilmente reperibili, su Instagram stesso non esiste una personalità della portata di Chiara Ferragni che propone l’ eco fashion in modo accattivante. 

Il passaggio cruciale da compiere è quello dal fast fashion allo slow fashion. Per citare una paladina di questa lotta, la stilista Vivienne Westwood, promuove il mantra “Compra meno, scegli meglio e fallo durare.” Valutare, ponderare, fare una ricerca riguardo la provenienza del vestito che ci piace è il primo passo. Una volta selezionato lo acquisteremo per trattarlo bene, con la prospettiva di tenerlo nel nostro armadio il più a lungo possibile recuperando anche il valore del singolo capo che si è perduto nel meccanismo del fast fashion. A chiudere il cerchio c’è la buona gestione del rifiuto tessile attraverso il riciclo che permetterà al pezzo che non usiamo più di essere rimesso nel mercato. A dirigersi verso una progressiva circolarità dell’industria tessile hanno già iniziato diverse aziende come Patagonia che produce indumenti in poliestere riciclando le bottiglie di plastica oppure su piccola scala delle realtà innovative che impiegano scarti del settore agroalimentare per produrre tessuti. 

Nella scelta attenta del capo uno degli aspetti basilari di cui tenere conto è proprio l’origine del tessuto. Da privilegiare sono senz’altro quelli derivati da fibre naturali come il cotone, il lino, la canapa, la lana e la seta. Tuttavia da considerare è anche il processo produttivo. Per la produzione di cotone sono necessari ingenti quantità di pesticidi e acqua inoltre il suo processo di tintura può essere fortemente impattante sull’ambiente per l’uso di sostanze chimiche inquinanti. In generale l’invito è ad essere sempre più slow, lenti appunto, e volenterosi di dedicare del tempo a delle valutazioni prima di fare una scelta. Il nostro futuro sta nell’essere consumatori consapevoli e dunque liberi da insidiosi meccanismi che impoveriscono il pianeta e arricchiscono le tasche di pochi.

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